Domenica mattina
Quando ho scritto Domenica mattina ho immaginato un luogo: un fiume.
Lev Lvovich Kamenev (1832-1886)
Night on the River Mologe, 1861
Oil on canvas
53.5 x 83m
Yaroslavl Art Museum, Russia
L’alba mi sorprende sulla riva del torrente. Cammino con piedi nell’acqua e le scarpe in mano, piene di fango, quando il cellulare squilla la prima volta. Non rispondo, sento solo il bisogno di vomitare. Il gorgoglio del torrente, il suo azzurro ribollire mi dà alla testa e allo stomaco. I residui dell’alcool fanno il resto. Due conati a vuoto e un terzo di liquidi mi mettono in ginocchio. Esco dall’acqua, gattoni. Dentro la tasca dei jeans bagnati il cellulare riprende a squillare.
Ho lo stomaco in fiamme, un dolore sordo alla testa. Porto la mano destra alla fronte e la ritiro coperta di sangue. Penso che sarebbe bello se dalla ferita in testa mi uscisse ogni pensiero, lasciando il vuoto.
Fa già caldo ma tremo come una foglia. Il cuore batte rapido, irregolare mentre il cellulare riprende a squillare. Infilo una mano in tasca, guardo il display: Veronica.
Apro la chiamata.
«Sono due ore che vi cerchiamo, dove cazzo siete!» urla e piange allo stesso tempo. La mano trema mentre con il pollice interrompo la sua voce. Lancio il cellulare in acqua e un altro conato mi spezza il respiro.
Rialzo la testa.
Forse posso stare qui per sempre, penso.
Il rumore di una macchina aumenta e si dissipa velocemente: proviene dalla superstrada. Non la vedo ma c’è, al di là della piante, poi del campo, corre irregolare a quattro – cinque metri d’altezza sopra il livello del terreno.
È da lì che vengo, ricordo e nel ricordo sprofondo.
La discoteca piena di gente, le bevute al bancone. Lorenzo offre a tutti e dice che il sabato notte va vissuto a duecento all’ora, perché il lunedì si torna dentro quella maledetta scatola che conta le nostre ore di vita al timbratore. Veronica sorride e, coperta dalla musica assordante, risponde che suo fratello ha ragione, anche se è un po’ matto.
Il rumore di un’altra auto mi riporta alla realtà.
Da quanto tempo sono qui non lo so. Era ancora notte, il panico ha guidato i miei passi ubriachi dalla macchina attraverso il campo. Il rumore del torrente ha calamitato la mia disperazione.
Guardo il torrente.
L’acqua è vita. Vorrei essere qui a pescare. Come facevo a quindici anni, quando la domenica mattina lo stomaco non faceva male.
Cerco le sigarette nella tasca della camicia, IL FUMO UCCIDE leggo sul pacchetto che ho in mano. Sono bagnate, inutile provare. Ce ne devono essere delle altre nel cruscotto della macchina, penso, anzi ne sono sicuro. Però là non torno, non riesco, non voglio, non posso.
Sento che qualcosa sale dal petto. Rapido, come i battiti del cuore che aumentano, arriva al cervello. Cresce, sempre più. Lo riconosco, è la bestia. Un tempo aveva distrutto la mia vita, l’attacco di panico. Ora so come contrastarlo: non facendolo. Panta rei os potamòs: tutto scorre come il fiume. Lo lascio fare, lascio che mi attraversi come la corrente. Fai pure ciò che vuoi bestia, vattene o resta, a me non importa, dico a me stesso. Il battito comincia a rallentare, la vertigine si dissolve.
Lorenzo diceva che gli attacchi mi venivano perché pensavo troppo. Che quando i pensieri volano alto alla ricerca della verità, allora questa, per il timore d’essere scoperta, spinge la mente giù per la voragine dell’oblio e poi la punisce con la paura dell’inconsistenza. Non riuscivo a capire come facesse a sapere come mi sentivo in quei momenti. Dopo ho scoperto che anche lui pensava troppo. Peccato non sia riuscito a sconfiggere la bestia con l’indifferenza. Quando la sentiva arrivare afferrava la bottiglia, quella forte, e con due sorsate l’affogava. Bestia ammazza bestia, diceva.
Un rumore proveniente dall’alto dirotta la mia mente. È inconfondibile: un elicottero. Lo vedo spuntare sopra le cime dei pioppi, vola basso. Si ferma e gira su se stesso. Ho sempre avuto una vista perfetta, vedo bene il colore rosso, la scritta VIGILI DEL FUOCO.
Forse qualche automobilista ha notato che mancava un pezzo di guardrail. Forse si è fermato, ha messo le quattro frecce ed è sceso giù per la scarpata. Forse ha trovato la macchina, e Lorenzo. Oppure è solo un incubo. Sì, forse è così. Non abbiamo bevuto ieri sera. Sto dormendo. Ora mi sveglio, e Lorenzo anche.